[…][1]   Intanto, che è, che non è, si fecero udire delle strida acutissime, come quelle di un gatto, cui venga macolata la coda da un piede poco chinese.
Tutti, uomini e donne, si voltarono al rumore inatteso, e videro due facchini che portavano una grossa gabbia di ferro, dove stava rinchiuso un animaletto di forme piuttosto brutte, il quale si dibatteva ed urlava, siccome fosse arrabbiato.
– Cos’è quella bestiola? – chiesero ad un tempo cinque o sei curiosi.

       Quella bestia lì – riprese il Carnevale con un po’ di fiaccona dottorale – quella, o signori, è una bestia rara.

       E si chiama?

       La Verità.

       Come è brutta! – gridarono tutti in coro.

       In quali paesi fa il nido? – domandò un giornalista.

       In quali paesi? – riprese sogghignando il Carnevale

       non ve lo saprei dire davvero: secondo me, non ha patria né parenti!…

       E di cosa si ciba?

       Per il solito di bastonate.

       E’ una sostanza poco nutritiva! – osservò un tale che aveva un grosso livido sotto l’occhio sinistro.

Intanto la povera bestiola si arrabattava, digrignava i denti e si attaccava colle unghie ai ferri della gabbia.

       La trista! Vorrebbe uscire ad ogni costo! – disse il Carnevale.

       Per carità – gridarono spaventati quattro o cinque virtuosi di canto che erano lì presenti alla scena – tenetela forte, e guardate che lo sportello sia ben chiuso e ribadito.

       Non temete, brava gente – soggiunse il Carnevale – la terrò in gabbia per tutta la stagione.
[…]

Allora gli astanti, matti dalla gioia, si presero per la mano e cantarono in coro:

Mille grazie, mio signore,

Dell’onore e del favore

E di tanta cortesia (bis)

E di tanta cortesia (bis)

Grazie, grazie in verità.[2]

Il motivo rossiniano fu interrotto nel bel mezzo da madama Noja, la quale, alzatasi in piedi, disse fra uno sbadiglio e l’altro:

-Ho sonno!

                               Un momento di sofferenza – ribattè il Carnevale – Non dubitare mia dolce metà, che avremo tutto il tempo di dormire a nostro comodo.

Quindi, rivoltosi a quattro o cinque impresarii che stavano in prima fila, chiese loro la grazia:

-Ci saranno buoni spettacoli quest’anno?

                               Magnifici.

La Verità dette un ruggito acutissimo: ruppe coi denti lo sportello della gabbia e s’impostò per uscire.

Brivido generale!

Due cantanti rimasero di sale. Una prima donna si svenne: a un impresario gli si prese il singhiozzo.

Per buona sorte il Carnevale fece in tempo ad afferrare per gli orecchi la bestiaccia inviperita, e dandole un colpo sul naso, la ricacciò dentro, serrando la gabbia a doppia mandata.

Cessato lo spavento, gli astanti circuirono più davvicino l’illustre ospite e gli augurarono la buona notte.

       Buona notte! – ribattè cortesemente il Carnevale – la sera del Santo Stefano, a dio piacendo, ci rivedremo!

Staremo allegri. […]


[1]              LE MIE IMPRESSIONI (CAFFE’ MARTINI) da Note Gaie, pag 752

[2]              Coro del Il barbiere di Siviglia, Atto I, scena I